Al di là del successo straordinario e “imbarazzante” – considerate le code che i visitatori hanno dovuto sopportare – del padiglione giapponese a Expo (su cui torneremo), la marcia di avvicinamento degli italiani verso la cucina giapponese viene da lontano.

Da quella che negli anni ’80 era una frequentazione occasionale di ristoranti “esotici” – di qualità anche molto diversa – alla ricerca soprattutto di sushi e sashimi, l’interesse verso i contenuti di questo immenso patrimonio gastronomico, anche sull’onda della sempre più forte attenzione verso la cucina e i cibi di qualità, si concretizza ormai in una domanda sempre più consapevole di un ampio ventaglio di pietanze, espressione di una tradizione che, per varietà e ricchezza, è in qualche modo vicina a quella italiana.

Il Ramen, cibo della tradizione popolare (viene dalla Cina ma nell’arcipelago nipponico è stato reinterpretato e quasi ogni distretto esibisce una sua variante), è un piatto apparentemente semplice da realizzare ma che in realtà richiede il rispetto rigoroso di modalità di preparazione e di utilizzo degli ingredienti necessari, quasi un concentrato di filosofia Zen.

Un assaggio (non solo simbolico) lo trovate in questa scena del film Tampopo.

Insomma, nel Ramen aspettatevi di trovare, malgrado la sua apparente umiltà, “il colore, la finezza, il tocco, l’effetto, l’armonia, il gusto”. Lo diceva Roland Barthes nel suo bellissimo “L’impero dei segni”, citando Diderot per descrivere il piacere della visione degli ingredienti esposti “nella loro nudità” nella cucina giapponese.

Sono le premesse che hanno spinto un gruppo di persone, per diversi motivi appassionate di cucina e di sperimentazione, verso un’avventura affascinante, come possono esserlo quei viaggi che ponendoti di fronte all’Altro, al diverso da te, ti danno la possibilità di guardarti e vederti davvero.

Insomma, aprire un vero (perché rispettoso di tutti i canoni di questi locali) Ramen Bar a Firenze, culla del Rinascimento e per questo concentrato di Occidente, ci ha consentito di (ri)apprezzare – non dandole per scontate – l’importanza della freschezza della materia prima, la non artefazione dei piatti, la distinzione dei sapori, la preziosa semplicità della cucina toscana.

Il nostro tentativo sarà quello di farci guidare da queste due tradizioni, magari talvolta facendole dialogare e offrendo ai nostri clienti (ci auguriamo) il piacere che l’accostarle ha dato a noi.

A prestissimo